"Non batta la fiacca!". In memoria del conte Vialardi di Sandigliano

Il conte Tomaso Vialardi di Sandigliano in occasione della donazione della documentazione relativa al nonno e agli “Alpini Skiatori” all’ANA di Biella (2 dicembre 2022, foto di Stefano Socco).
Il conte Tomaso Vialardi di Sandigliano in occasione della donazione della documentazione relativa al nonno e agli “Alpini Skiatori” all’ANA di Biella (2 dicembre 2022, foto di Stefano Socco).

Nato a Milano nel 1942, il nobile biellese è morto l'8 aprile

Uomo di vasta cultura con stile militare, ruvido e amabile

Le visite al castello, le spy stories e le discussioni su Monsignor Losana

Ho ancora sentito il conte a febbraio. Come si usa dire, nulla faceva presagire. La voce era la solita, la verve pure. Non credo che riservasse solo a me quel piglio marziale, quel tono da comandante in capo che si rivolge non a un soldato semplice, ma comunque a un subalterno da mettere in riga. Era un bel gioco, che durava da anni, basato sul rispetto e sulla stima (spero) reciproca, motivato da interessi condivisi ed esperienze comuni. Un documento da trascrivere, una ricerca da svolgere, segnalazioni vicendevoli di curiosità e di piccole grandi scoperte. "Non batta la fiacca, archivista. E venga a trovarmi, così beviamo qualcosa e parliamo di...". C'era sempre una scusa valida per due chiacchiere e mi pento di non aver approfittato di più della sua ruvida ospitalità e della sua stimolante compagnia. L'ultima volta si trattava di carte della massoneria torinese che aveva avuto a che fare col monumento al Fréjus in piazza Statuto. Visto che sapeva che l'argomento era di mia "competenza", così si è espresso al telefono, voleva che avessi quelle testimonianze. Purtroppo ho rimandato, ho battuto la fiacca. 

Il castello del Torrione a Sandigliano.
Il castello del Torrione a Sandigliano.

Il bello delle conversazioni col conte Tomaso Vialardi di Sandigliano era il saltare di palo in frasca tra contesti ed epoche differenti, pur con piena coerenza, spesso, però, svelata solo alla fine del discorso. Era, in effetti, soltanto una questione di pazienza, ma un filo logico c'era sempre. Tra cavalleria medievale, partigiani nascosti nel castello del Torrione, spy stories attuali e alpini skiatori (perché allora, tra Otto e Novecento, si chiamavano così). Se poi, in qualche occasione, riuscivo a fornire al mio ospite notizie da lui ignorate, allora il conte era ancora più entusiasta dell'incontro. Perché malgrado lo stile da altero generale abituato a farsi ubbidire, era un uomo aperto e colto, disposto ad apprendere e, nel caso, tanto umile da risultare disarmante. Gli scrivevo a tarda sera, se non di notte, circa l’esito di indagini sui Vialardi in vari archivi e suscitavo la sua attenzione. Mi rispondeva ancora più tardi, immagino per il solo gusto di dimostrare che, al contrario di me, non dormiva, non batteva la fiacca. Abbiamo lavorato insieme sulle carte e sulle immagini di suo nonno, l'omonimo che ebbe un ruolo determinante nella costituzione dei suddetti alpini skiatori. La donazione all'Archivio della Sezione ANA di Biella di quel fondo archiviale (il conte non usava il meno nobile qualificativo “archivistico” e, ci mancherebbe, aveva ragione lui) lo aveva reso felice e soddisfatto. Me lo disse con calore la sera in cui presentammo la documentazione donata. Voleva che le sue memorie e quelle di famiglia, coltivate con cura e precisione (il sito vialardi.org della Vialardi di Sandigliano Foundation era un gioiellino), fossero accessibili e non aveva remore nel pubblicare i risultati delle sue innumerevoli ricerche. Si comportò così anche quando fu tempo di rendere visibile il materiale ceduto agli Alpini. Ovviamente controllò come un ufficiale di picchetto l'inventario e la disposizione delle fotografie. "Apporti questa correzione, intervenga su quella foto...". "Sì, signor conte. Ho anche battuto i tacchi, signor conte!". Rideva di gusto. "Non mi prenda per il culo e si faccia vivo, che c’è una cosa di cui dobbiamo parlare...”.

Il conte Tomaso Vialardi di Sandigliano e chi scrivein occasione della donazione della documentazione relativa al nonno e agli “Alpini Skiatori” all’ANA di Biella (2 dicembre 2022, foto di Stefano Socco).
Il conte Tomaso Vialardi di Sandigliano e chi scrivein occasione della donazione della documentazione relativa al nonno e agli “Alpini Skiatori” all’ANA di Biella (2 dicembre 2022, foto di Stefano Socco).

Sul sito della sua fondazione ci sono (o, meglio, c’erano dato che i contenuti non sono più aggiornati) i suoi articoli. E sui cataloghi OPAC la sua bibliografia ampia e multiforme, per quanto monotematica. Tuttavia da quei libri si coglie, nel suo modo di scrivere non privo di personalità e di capacità narrativa, sebbene con puntiglioso rigore storiografico, un eclettismo singolare. Guerre e nobiltà sono state, è il caso di dirlo, i suoi cavalli di battaglia, ma con un orizzonte cronologico così vasto da poter includere avventurieri nell’India del primo Ottocento (Paolo Solaroli da Briona, soldato di ventura alla corte di Sardhana, pare abbia ispirato il Sandokan salgariano) e la cyberwar dei giorni nostri, passando per “Un cortigiano e letterato piemontese del Cinquecento: Francesco Maria Vialardi” e per la “Dama di voluttà, spia al servizio del re Sole, grande collezionista: Jeanne Baptiste Scaglia di Verrua d'Albert de Luynes”, per poi toccare il Vietnam, Sarajevo e Putin con il suo “sogno medievale”. La sua cultura sul tema era enciclopedica. Va da sé, considerato il sangue blu, che il conte si intendesse anche di equitazione. “Lei non capisce nulla di cavalli!”, mi apostrofò dopo una mia considerazione sul tema, recepita come solenne sciocchezza. Gli dissi che era vero, che non avevo mai praticato, che i miei avevano potuto concedermi solo la sella di una Vespa, ma che quando giocavo in porta non ero malaccio. “Mi faccia il piacere, archivista…”. Poi rideva, e io anche, per la riuscita della scenetta. Ho letto alcuni suoi scritti, altri li ho usati anche come fonti. A tratti è un bel leggere. C’è cognizione di causa. Il conte era davvero a suo agio in quelle storie. Il che non significa che siano esenti da errori di approssimazione o di documentazione, ma il conte non fuggiva il confronto, la critica seria e nemmeno la sana polemica. Un giorno parlammo di spie e di spionaggio. Deve aver frequentato quel mondo e non ne faceva mistero, ma neppure millantava avventure alla James Bond. I pochi riferimenti reperibili lo inquadrano nello scenario geopolitico mondiale come “esperto” di relazioni internazionali. Nell'intelligence, come era solito dire. Quella di Laurence J. Peter (1919-1990) fu per lui un’ottima scuola, alla University of Southern California tra il 1965 e il 1967. 

L’articolo sul professor Peter apparsa su “Life” il 18 luglio 1969.
L’articolo sul professor Peter apparsa su “Life” il 18 luglio 1969.

Tomaso Vialardi di Sandigliano fece parte di un non meglio identificato “Methodological Group” (su Internet c’è poco o nulla in merito) dedicato a un altrettanto misterioso progetto sulle “Contextual Security Policies and Meta-analysis”. Il professor Laurence, piuttosto famoso all’epoca (finì anche su “Life” per il suo libro Il Principio di Peter), lavorava sui sistemi sociali gerarchici, sulle possibilità di ridefinizione funzionale di quei sistemi, sul potere della psicologia (già quella infantile) per la costruzione di modelli comportamentali di organizzazioni complesse. Sembra innocua teoria da nerd, ma tradotta sul campo è roba da CIA. Dal sito del “Nastro Azzurro” si apprende che il conte operò “nell'ambito delle agenzie internazionali militari e civili (1968-2006) con incarichi in Estremo Oriente, Est Europa e Sud America”. Magari non per la CIA, ma neppure come emissario della Pax Christi International. Amava gli archivi, quelli più antichi come quelli modernissimi, proprio perché l'intelligence è fatta di e in archivio. Trattava con cura le informazioni e ne apprezzava il "peso", le cause e gli effetti. Ne memorizzava tantissime e ne valorizzava anche l'estetica concettuale e fisica, come nel caso del suo sontuoso albero genealogico. Fingeva di accalorarsi e di indignarsi col sottoscritto quando "casualmente" (il personaggio lo evocava quasi sempre lui, a bella posta) si discuteva di Monsignor Losana. Allora io diventavo un "uomo del vescovo", perché tenevo le parti del granduomo, al quale, invece, lui non lesinava epiteti irripetibili per le vicende legate alla Scuola Agraria di Sandigliano attivata nel suo castello fraudolentemente (secondo il conte). Anche questo era un bel gioco sulla buonanima del Losana col quale, adesso, si starà chiarendo. Il conte aveva spigoli e punti taglienti, ma al di là del personaggio, c'era una persona cordiale e piacevole, capace di buone azioni, di buone battute e di altrettanto buone visioni. Davanti a un bicchiere di whisky, un pomeriggio piovoso, finimmo col parlare di politica italiana. Quella odierna, nel complesso, crea fastidio e schifo a entrambi in ugual misura. Senza nostalgie ideologiche di qualsivoglia colore, senza sterili qualunquismi, senza troppe illusioni sul genere umano. Me lo voglio ricordare nella penombra di quella stanza dentro il suo maniero pieno di cimeli e meraviglie, col fumo della sigaretta attorno al viso, mentre cerco di stargli dietro nel passaggio cruciale della partizione dei vari rami della dinastia dei Vialardi, poco prima di spostarci a Buenos Aires, credo, dove lui era impegnato a fare non so più cosa. Io ero rimasto indietro, a un diploma della Croce Rossa Italiana conferito al citato nonno omonimo, perché eravamo partiti da lì. Colto lo sguardo un po' perso, senza pietà davanti al mio arrancare, non mancò di redarguirmi: "Archivista, su, non batta la fiacca!".